Il personaggio è anche l’abito, i costumi vivono nello spettacolo, sono un’interpretazione del sentimento, del dramma, dello show

di Lorenza Fruci
foto di Alessandro Cantarini


AUDIO MOOD:
Fine Young Cannibals – She Drives Me Crazy

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Per conoscere Gabriele Mayer non si possono non visitare i circa 700 mq di magazzino in via di Pietralata a Roma che contengono la maggior parte dei costumi che ha realizzato. La sua è una vita dedicata al taglio per lo spettacolo: si definisce un tecnico della sartoria, ogni tanto costumista.

Figlio d’arte, sia per gli abiti che per il senso dello spettacolo (il padre, prima di fare il sarto, era stato un famoso attore fantasista che, lavorando in coppia con la prima moglie, si faceva chiamare Los Mayer), Gabriele inizia lavorando nella sartoria di famiglia insieme a sua sorella Silvana; “Garinei e Giovannini ci chiamavano i Mayerini” mi dice, spiegandomi come il suo nome d’arte sia venuto da sé. Il primo folle lavoro lo prende a 19 anni (nel ‘61): 800 divise per il film Viva l’Italia di Roberto Rossellini. “Oggi non lo rifarei, ma allora è stato un investimento per la mia carriera”. Che poi si è rivelata luminosissima, come alcuni dei suoi abiti, che gli rendono il premio E.T.I. come costumista per lo spettacolo La Centaura di Luca Ronconi nel 2005 e il Premio Cinecittà Holding 2007 come collaboratore all’esecuzione dei costumi del film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola.

Inizio il viaggio nel magazzino “toccando” proprio gli abiti della regina: “Sono di chinè, un tessuto di seta dipinto a mano; per Maria Antonietta ne abbiamo cuciti 100, più altri 68 per gli altri personaggi”. Mentre ripenso a quegli stessi costumi visti indossati sul grande schermo, apprendo da Mayer la prima cosa fondamentale del suo lavoro: “Il personaggio è anche l’abito, i costumi vivono nello spettacolo, sono un’interpretazione del sentimento, del dramma, dello show; appesi qui sono un orrore, sono fuori contesto e ambientazione: i costumi vivono se vengono interpretati. Alcuni poi sono delle piccole opere d’arte”. Mi mostra quelli di Pietro il Grande. “Ricreare dei costumi del ‘700 con i materiali di oggi li rende dei reperti”. E scopro anche che una delle sfide di un sarto per lo spettacolo è quella di adattare i tagli d’epoca alle forme del corpo che il tempo cambia. “Il punto vita per esempio non esiste più,” continua Mayer “ed è impossibile far indossare un busto del 700 ad un’attrice di oggi. Allora bisogna crearne uno che abbia il taglio d’epoca ma che sia vestibile; in alcuni punti manteniamo le stecche rigide metalliche e in altri inseriamo quelle in pvc più morbide che, oltre a flettersi, si torcono”.

Dalla passione e dalla minuzia di particolari con i quali mi parla delle sue creazioni, intuisco quanto Mayer sia i suoi costumi: “Io amo il mio lavoro. Non avrei potuto fare altro. L’ho capito al liceo artistico, sviluppando una passione per i materiali, per le strutture, per le forme d’arte. I miei abiti sono delle architetture per il corpo” disegnate con sensibilità, raffinatezza ed eleganza, osservo io, “nei costumi c’è gratificazione e soddisfazione, ma come artista fai parte di una squadra. Io non mi sento il creatore diretto: porto qualcosa quando lavoro in un team, cosa che non credo di riuscire a fare da solo. Mi sento forte quando lavoro con certi personaggi perché così aggiungo, apporto qualcosa insieme a loro. Ho avuto la fortuna, per esempio, di fare il costumista per Luca Ronconi che non vuole un costume, vuole un abito che racconti il personaggio”.
Da come parla dei suoi lavori teatrali, capisco che Mayer preferisce il teatro al cinema. “Amo più il teatro perché il costume deve essere pensato per quel personaggio particolare e non deve essere un orpello perché l’attore ci si deve muovere come se non lo avesse. Per il cinema invece si lavora a freddo, pensando solo ad un vestito”. Ma nella sua carriera, così come nel magazzino, c’è anche tanta televisione: “La tv ora è una bagarre, io l’ho fatta dai primi anni ’80 alla metà degli anni ’90, quando era bella e interessante. Ma da quando i costumi si sono ridotti a delle mutande della Standa è finito tutto. La tv appartiene ai ricordi: tutto questo materiale è come buttato perché praticamente non serve più, non ci sarà un remake.”

Mayer ha vestito per anni anche Raffaella Carrà, della quale ci mostra alcuni abiti “I miei ricordi della Carrà vanno dal ’65. è “lei”, non potrebbe essere un’altra, non cambierà mai: il suo successo è dato dal fatto di essere unica. Non è facile vestirla, anche se per me ormai è una routine (le sue misure sono le stesse da sempre): ci sono dei colori, dei modelli, dei tessuti che lei non vuole e che vanno esclusi a priori. Ma la Carrà è una tra le poche che ha la costanza e la tenacia di dire “questi sono i miei collaboratori” e ti riconferma sempre.”

Non solo la Carrà, ma anche Carla Fracci, Catherine Zeta-Jones, Sophia Loren sono state vestite da Mayer: “Quando ti avvicini a persone come queste senti il loro carisma, la loro importanza; la prima cosa da fare è cominciare ad avere un rapporto con loro basato sulla fiducia”. E Mayer è un uomo che ne ispira molta per l’attenzione e la pazienza che dedica alle persone (compresa me durante questa intervista).

Un uomo che si racconta attraverso il suo lavoro e che definisce la sartoria il suo “habitat naturale”.

RINGRAZIAMENTI
The One S.r.l.

EXTRA CREDITS
Assistente fotografo: Francesco Rieti

16 luglio 2012